Europa Economica ancora Divisa, ma Almeno la Strada è Tracciata

 

CORSERA NAZIONALE

Sezione: Idee & Opinioni
da pag. 056 del 30-10-2010

di Fabio Pammolli

Una nuova governance economica per l’ Europa. Questo il lascito politico della due giorni tra i capi di governo dei Paesi dell’ Unione. Gli aspetti operativi andranno definiti, ma la direzione di marcia è chiara.

La crisi ha evidenziato squilibri e interdipendenze di cui non si era tenuto conto al momento di disegnare le leve di politica economica e le competenze istituzionali per l’Eurozona. Così, il Vecchio Continente è stato segnato da una contraddizione. Da un lato, malato di troppa Europa, per le connessioni e per le instabilità innescate dall’unione monetaria e dal mercato unico. Da un altro lato, malato di troppo poca Europa, per il divaricarsi delle politiche fiscali e delle condizioni di competitività tra i Paesi membri.

Oggi, a sei mesi dal baratro greco, l’Europa rimane saldamente un’Unione di sovranità nazionali. E tuttavia, si compie un passo significativo verso la costruzione di un assetto nuovo, verso una nuova Regione europea. Si rende permanente il fondo di garanzia da mettere in campo in caso di nuove crisi. Si rafforza il coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati membri, chiamati a ridefinire l’iter di formazione della legge finanziaria e a discutere preventivamente in sede europea le proprie strategie di finanza pubblica, uniformandosi ai vincoli e alle scadenze comunitarie.

Le trasformazioni in atto nell’economia mondiale hanno messo a nudo la fragilità e la debolezza dei singoli Stati. Per questo, anziché accentuare le pulsioni disgregative, la crisi ha rafforzato la consapevolezza dei costi di un coordinamento inadeguato.

L’Europa sembra tornata capace di condividere una visione sul futuro. Un futuro di rigore, perché una nuova crisi non potrebbe essere risolta da nuovi debiti sovrani e perché il debito, pubblico e privato, va ridotto in modo duraturo.

Un futuro di coordinamento delle politiche fiscali e per la crescita, perché gli squilibri interni non si sommino a quelli che, su scala globale, stanno nuovamente accumulandosi nel confronto economico, commerciale e valutario tra i grandi blocchi continentali.

Fabio Pammolli